Storia di ogni singola Ruota del Lotto



GENOVA
Genova può, a buon diritto, fregiarsi dell'appellativo di patria del gioco del lotto. In verità sull'argomento esistono diverse tesi e teorie ma la più accreditata è proprio quella che vede nascere il progenitore del gioco a Genova nei primi anni del 1500. Nel 1539 sappiamo per certo che fu emanato un decreto secondo cui "non sia persona alcuna, che osi o presuma fare simili partiti o scommesse ne prendere ne dar danari per tale causa, ne fare alcuna scommessa sopra le elezione degli Illustrissimi Duci Concirvatori in qualsiasi modo sia secreto o palese, dirette o indirette sotto qual vocabolo o condizioni si voglia, sotto pena di scudi duecento, e ogn'altra pecuniaria e corporale in arbitrio della Signoria". Questo preciso divieto è la prova lampante che gi nel 1539 esisteva un sistema di scommesse collettive legato all'elezione dei magistrati chiamati periodicamente a sorteggio a far parte del Senato della repubblica genovese. In realtà a Genova esistevano gi alcuni giochi legati ad accadimenti naturali o civili. Si poteva così giocare al "Biribis" (il cui premio era di sessanta volte la posta), ai "Montelli", alle "assicurazioni marittime". Inizialmente queste forme antenate del gioco del lotto erano semplici scommesse tra privati cittadini. Non per questo per il Governo genovese restò inerte di fronte al proliferare di queste nuove attività ludiche. Esistono infatti almeno tre editti, uno del 1617, uno del 1619 ed uno del 1627, che vietarono espressamente ogni forma di scommessa tra cittadini e citavano diverse volte questi giochi. Nonostante dette proibizioni, i più scaltri ed esperti scommettitori trasformarono la loro passione in una lucrosa quanto illegale attività economica, iniziando a tenere il banco. Apparve così il "Gioco del Seminario" (detto anche del "Seminajo"), che tra l'altro aveva il merito per i giocatori di riconoscere premi in misura più elevata di quelli concessi dalle altre forme embrionali di gioco in vigore in quel momento. Un altro vantaggio che sembra avesse il "Gioco del Seminario" rispetto agli altri giochi allora in vigore, era dato dal "Monte delle scommesse". Si trattava di un sistema automatico di capitalizzazione che consentiva di dare sempre maggiori premi al vincitore. Quando i nomi estratti non erano tra quelli indicati dal popolo, che evidentemente scommetteva sempre sui "maggiorenti", gli introiti venivano accumulati in una cassa (detta appunto "monte delle scommesse") ed assegnato in occasione dell'estrazione successiva. Questo sistema ci fa pensare al fatto che le vincite fossero assegnate non in base a quote fisse, come è oggi il lotto, ma in base al sistema più sicuro per il gestore, ma meno invitante per il giocatore, del montepremi. Il nome "del seminario" derivava da quello con cui il popolo chiamava il contenitore in cui venivano imbussolati i centoventi nomi dei cittadini più in vista della potente repubblica marinara. Tra questi venivano estratti cinque nomi che entravano a far parte del Senato. Per gli altri comuni mortali l'occasione era troppo ghiotta per non essere presa al balzo. Le scommesse si arricchirono proprio in virtù delle accresciute combinazioni rese possibili dal maggior numero di nomi estratti. L'urna del "seminario", proprio perché legata al potere delle Repubblica, fu identificata dal popolo come un simbolo legato al vecchio regime, tanto che, in occasione della costituzione di un governo democratico appoggiato dalla Francia, venne poi bruciata in piazza dell' Acquaverde il 14 giugno 1797. L'onda della rivoluzione francese toccò anche il gioco del lotto. L'aggressività del nuovo gioco prese di contropiede il Governo che fu costretto a ricorrere a nuove forme di repressione. In un editto si legge che "qualsivoglia persona che frà otto giorni prossimi alla pubblicazione denonciando o manifestando all'illustrissimo Palazzo o ad una Ecc.ma Segretaria i nomi di quei che hanno fatto sponsioni scommesse, o dato promesso, scommesso preso, è giocato sopra delle estrazioni insieme con la somma giuocata - conseguirà l'impunità del fatto o, contravvanzione e di più haverà la repetittione di tutto quello che havesse perduto...". Nonostante queste prove di forza, il Governo non riuscì mai ad intaccare seriamente l'incremento del gioco. Così in data 22 settembre 1643 i Serenissimi Collegi fecero un clamoroso "dietro-front", anche perché le finanze pubbliche erano in gravi difficoltà. Secondo documenti ancora in nostro possesso sembra che alla data del 1641 la repubblica di Genova avesse un deficit di oltre mezzo milione di lire genovesi dovuto essenzialmente ai debiti contratti per la costruzione delle poderose fortificazioni cittadine. Su proposta della Camera, l'organo statale che curava la buona salute delle finanze, i Serenissimi Collegi decisero di appaltare il gioco, ribadendo nel contempo l'assoluto divieto di effettuare privatamente raccolte e giocate. Questa data segna la nascita ufficiale del gioco del lotto legale. Nel marzo del 1644 fu assegnato l'appalto per la gestione del gioco del lotto che continuò a chiamarsi "giuoco del seminario". Ad aggiudicarsi la gara fu una società composta da quaranta concessionari (che appunto si chiamava "società dei quaranta") per un prezzo annuo di 58 mila lire. I giocatori potevano puntare sull'estratto semplice, sull'estratto determinato (il primo nome eletto in ordine di estrazione), sull'ambo e sul terno. La ricevuta che veniva consegnata al giocatore a riprova dell' avvenuta giocata, si chiamava "firma". Dal punto di vista civile aveva un grande valore in quanto per il pagamento della "firma", al pari dei "pagherò" e delle "cambiali", era prevista una forma di esecuzione privilegiata detta "esecuzione parata". In verità i nomi imbussolati non erano mai 120 ma subivano una certa oscillazione in base al numero effettivo dei candidati. Si rendevano inoltre spesso necessarie alcune "estrazioni straordinarie" finalizzate a scegliere i nuovi membri senatoriali resi vacanti per morte o impedimento. Il nuovo gioco, a seguito della liberalizzazione e della conseguente regolamentazione, ebbe nel tempo un successo clamoroso tanto che le giocate provenivano da ogni parte d'Italia. Ne è prova il dato degli introiti ricavati dal gioco del Seminario che registrò una forte impennata negli anni seguenti alla proibizione del gioco in Roma decretata nel 1696 da Papa Innocenzo XII. I sudditi del potere temporale della chiesa, non potendo più giocare sul lotto di Roma, spostarono le loro scommesse su quello di Genova. Non a caso uno dei motivi che spinsero Papa Clemente XII a reintrodurre il gioco, vietato solo sei anni prima, fu proprio la grande fuga di danaro che avveniva da Roma verso le casse di altri Paesi. Del resto per la prima volta uno Stato si cimentava in questa nuova attività e questo offriva finalmente una certa garanzia ai giocatori che tutto venisse fatto nel più regolare dei modi. Il controllo della Camera, il Ministero delle Finanze della repubblica genovese, era molto preciso. Oltre a decidere sulle controversie tra privati e privati e tra privati e pubblica amministrazione, la Camera presenziava all'estrazione e si prendeva cura di pubblicare a proprie spese l'elenco ufficiale dei nomi imbussolati e di quelli estratti. Anche per questo, l'interesse per il gioco crebbe in tal misura che, per dare nuove opportunità ed anche per acquisire moneta estera, il Governo autorizzò i gestori di raccogliere scommesse anche sui lotti di Torino e Milano. Tale possibilità era però riservata ai soli stranieri e non era consentito raccogliere scommesse di cittadini genovesi. Per questo il sistema di raccolta era diverso da quello ordinario e veniva effettuato da speciali "prenditori" direttamente presso il domicilio dei forestieri. Interessante notare che anche il Gioco del Seminario conobbe una sorta di "lottonero" se è vero che in Genova si diffuse in maniera abbastanza capillare un nuovo gioco, pressoché identico al Seminario, ma basato su una diversa lista di nomi. Dal momento che i prenditori non dovevano corrispondere alcun canone allo Stato, le vincite per i giocatori erano superiori. Per contrastare la diffusione di questo gioco alternativo, di cui - sembra - si svolgessero tre estrazioni all'anno, le autorità genovesi giunsero a prevedere nel 1671 sino a "scudi duemilla d'oro e con penale sino a due o tre anni di galera" per coloro che venivano trovati a gestire il nuovo gioco. Nel 1735 si registrò la novità dell'importazione da Torino del "Gioco delle Zitelle". Venivano imbussolati novanta nomi di giovane ragazze da marito. Ai cinque nomi estratti veniva riconosciuta una dote di cento lire. Per introdurre in Genova questo nuovo gioco, gli appaltatori si impegnarono a riconoscere un compenso annuo di diecimila lire. Nel 1805 la repubblica di Genova passò, come quasi tutta l'Europa occidentale, sotto il controllo delle armate francesi ed il lotto venne soppiantato dalla "Lotteria Imperiale Francese", peraltro assai simile al gioco del lotto. Dissoltosi l'impero napoleonico, il lotto genovese confluì prima in quello del Regno di Sardegna e poi in quello italiano.

VENEZIA
Venezia il gioco del lotto, simile a quello odierno, nacque nel 1733. La prima estrazione fu effettuata il 5 aprile 1734. In precedenza era già operante una sorta di lotto pubblico ma assomigliava più alle moderne lotterie. Infatti già il proclama del 17 dicembre 1715, pubblicato per ordine dei Deputati, et Aggionti sopra la Provision del dinaro, regolava una lotteria, la cui estrazione era stabilita per il 3 febbraio 1716. Non è quindi un caso che lotterie del genere continuarono anche dopo la nascita del lotto vero e proprio. Il nome del gioco assunto a Venezia, "Lotto intitolato di Genova e di Roma", dimostra come si trattasse di un gioco di importazione. Il decreto che ne fissò la nascita è datato 14 gennaio 1733. In quella stessa occasione venne stabilito che il gioco fosse gestito direttamente, evitando l'appalto a terzi, e non fu posto alcun limite alle giocate. Ma nel 1745 per l'estrazione di cinque numeri si giunse a dover pagare circa 200.000 ducati di vincite. Si stabilì allora che non si sarebbe dovuta superare la somma di 118.000 ducati per ogni estrazione. Veniva inoltre applicata la regola detta del "castelletto" (si veda oltre) in base alla quale quando veniva raggiunta la somma prevista, si poteva procedere alla chiusura del gioco restituendo ai giocatori le giocate accolte in eccedenza. Il lotto si svolgeva predisponendo una lista di "novanta dongelle nubili, da scegliersi da Parochie, Ospitali e luoghi Pij della città da imbossolarsi nella giornata d'estrazione del lotto". Ogni anno venivano svolte nove estrazioni di cinque nomi di ragazze. Al primo nome estratto erano riconosciuti a titolo di dote quaranta ducati; alle altre quattro ragazze solo venti ducati. La coincidente finalità di voler costituire la dote di giovani fanciulle, dimostra l'ampio influsso del "gioco delle zitelle", che aveva luogo a Torino sin dal 1674. Riportiamo la descrizione che fa il Petitti, attento storico del gioco del lotto, dell'estrazione a Venezia: "Il luogo dell'estrazione era la loggetta, ossia la gran loggia del Sansovino sotto la gran torre di S. Marco, residenza solita dei procuratori di S. Marco, ai quali ed agli Arsenalotti (maestranze dell'arsenale fidatissime) era confidata la custodia del palazzo ducale durante la sessione del consiglio maggiore. Si paravano per l'estrazione, a festa le colonne della loggetta: si sceglieva un trovatello dell'età di cinque anni all'incirca. Preparate novanta cedole in pergamena, sur ognuna d'esse scriveansi i novanta numeri dall'1 sino al 90, riscontrate e riconosciute ciascuna successivamente da due Magistrati intervenienti all'operazione, rotolavansi ad una una quelle cedole, e ponevansi poscia da un terzo Magistrato interveniente in una botticella, o bossolo di legno aperto, il quale, compiuta l'opera, ed imbussolati i novanta numeri, chiudevansi da un quarto Magistrato, e mettevasi da un quinto sopra un vassoio d'argento, sul quale era portato da un ufficiale alla vista del popolo in una cassetta d'argento in forma cubica. All'entrare de' Magistrati nella loggetta, le trombe suonavano a festa come nel tempo che passava fra l'estrazione del primo al secondo numero, e così in seguito. Posto il trovatello in luogo alto, onde ognuno potesse vederlo operare, i servienti dell'ufficio rimescolavano la cassetta ch'era chiusa a chiave, e, questa aperta, estraevasi un numero. Chiusa nuovamente riaprivasi per estrarne altro numero, e così successivamente fino al quinto. Ad ogni estrazione di numero, questo era bandito a voce prima agli astanti dai donzelli de' Magistrati; di poi tosto si pubblicavan tutti li cinque numeri estratti a stampa; prima ancora una torma di biricchini correva nelle varie calle della città recando con grida a pubblica notizia qué numeri, vendendone la nota scritta da essi a mano sur un pezzetto di carta per un soldo veneto". Questo sistema di gioco restò invariato molto a lungo sino alla prima dominazione austriaca (1797-1806). Anche a Venezia il lotto "nero" dovette avere una larga diffusione visti i numerosi interventi normativi che furono emanati per combattere questa pratica illegale MILANO
A Milano il gioco del lotto non si può certo dire che abbia avuto vita facile. Una serie infinita di divieti, si alternò a concessioni straordinarie, "grida" che lo vietavano, si anteposero ad editti che lo regolamentavano. Del resto a far chiarezza sulla materia non ha contribuito la frequente alternanza del potere che in poco più di due secoli ha visto passare per le vie di Milano prima la dominazione spagnola, poi quella austriaca, poi quella francese, poi di nuovo quella austriaca, ed infine quella piemontese. Sembra comunque certo che il gioco del lotto a Milano fu introdotto al principio del XVII secolo. E' quanto testimonia l'autorevole storico del gioco del lotto, Petitti di Roreto. E' assai probabile, se non proprio certo, che il gioco si sia diffuso nell'area del capoluogo lombardo facendo riferimento alle estrazioni del gi famoso "Giuoco del Seminario" che si svolgeva a Genova. A confermare l'origine genovese del lotto milanese starebbe la "grida" del 4 febbraio 1644 che appunto vietava, in verità senza troppo successo, l'introduzione da Genova del "Gioco del Seminario". Interessante notare come il divieto fosse dettato dal fatto che - come si legge nella "grida" - il gioco non era "libero, e sincero, ma fraudolento, o almeno facile è cagionar' inganni, e pernicioso al ben pubblico, perciòché inclinandosi molti inesperti della plebe, e donnicciuole con la speranza vana del guadagno ad entrar nel giuoco, vanno in esso dispensando, e consumando quello, che dovrebbe servire per il sostento delle case loro". Eppure, nonostante il divieto, il gioco continuò a crescere in clandestinità tanto che il 2 luglio 1665 il Governatore della città di Milano fu "costretto" a concedere per 20 anni a tal Giovanni Battista Via la concessione del gioco in cambio della metà degli utili. Anche Milano aveva ormai capito che il lotto poteva trasformarsi per le casse dello Stato in una formidabile "macchina fabbrica-soldi". Eppure, nonostante la concessione, il gioco ufficiale stentò a decollare tanto che fu necessario procedere all'assegnazione di successivi appalti a diversi gestori per ottenere il sospirato guadagno da distribuire all'erario. Guadagno che per non dovette essere mai così esaltante se nel 1688 il governatore spagnolo fu costretto a tornare sui suoi passi, revocando l'autorizzazione del gioco e rendendolo di fatto illegale. Il gioco naturalmente continuò a pieno ritmo, con la sola differenza che i giocatori, invece di scommettere sul lotto di Milano, puntavano su quello di Genova. E che questo sia accaduto realmente n'è prova l'impennata degli introiti registrati in quegli anni dal gioco nella vicina repubblica ligure. Dopo un infruttuoso tentativo di vietare la raccolta del "Gioco del Seminario" che si svolgeva a Genova (1696), il 27 Marzo 1696 il Governatore di Milano pose rimedio a questa "fuga di capitali all'estero", concedendo la privativa della raccolta del gioco di Genova sulla piazza di Milano ad una sola persona, tal Francesco Ripamonti, in cambio di ben 40.000 lire annue. Il risultato dell'operazione dovette essere del tutto fallimentare se qualche anno dopo nel 1698 il governatore decise di revocare "qualonque permissione, e toleranza da qui adietro concessa di poter esercire, è far'esercire in questo Stato detto Giuoco chiamato del Seminario all'uso di Genova proibendo espressamente ad ogn'uno il tener'aperte Botteghe, Luoghi per giuocare detto giuoco". Il divieto venne ulteriormente sancito nel 1700 quando la "grida" del 10 febbraio confermò il divieto assoluto di prendere parte al gioco del Seminario di Genova stabilendo "la confiscazione immediata dei beni, quella ancora di tre tratti di corda in pubblico e sei anni di galera". Per dare ancora maggiore incisività all'azione repressiva il legislatore arrivò a promettere "all'accusatore, di più del segreto, il premio della metà della suddetta confiscazione". Di fronte alla continua crescita del lotto illegale era comunque gioco forza che le autorità tornassero sui loro passi. Il 18 maggio 1702 il Principe Carlo Enrico di Lorena, a nome di Sua Maestà Filippo V, re di Spagna, concesse ad un unico appaltatore la facoltà di organizzare due estrazioni all'anno. Nel 1706 il passaggio dei poteri dall'amministrazione spagnola a quella austriaca non turbò il regolare svolgimento del gioco. Anzi il governo d'oltralpe puntò ad un suo organico sviluppo. Così a fianco alla raccolta delle giocate per il Gioco del Seminario di Genova, l'amministrazione asburgica volle impiantare un lotto tutto milanese. Con un editto del 22 dicembre 1768, Maria Teresa d'Austria fissò nuove regole, concedendo la licenza alla famiglia Minonzi dietro il pagamento di un canone annuo di 150.000 lire e prevedendo la partecipazione agli utili della Regia Camera per un terzo. L'editto stabiliva che fossero svolte 11 estrazioni l'anno mediante l'imbussolamento di 90 numeri. Contestualmente era anche concessa la licenza di raccolta del "Gioco del Seminario" di Genova. A partire dal 1784 il gioco del lotto venne gestito direttamente dalla Regia Camera e fu stabilita a favore dell'erario la cifra di 227.000 lire annue, pari al canone dell'ultimo appalto. Il rimanente delle entrate venne destinato alla costruzione di nuove scuole. In realtà questa disposizione non fu rispettata poiché quell'anno il Municipio di Milano dovette provvedere all'illuminazione notturna della città in compenso per ogni estrazione furono prelevate 5 doti da 50 lire ognuna da destinarsi a cinque ragazze da marito. Nel 1787 queste doti furono destinate ad operaie delle manifatture di seta allo scopo di promuovere tale settore. Il numero delle estrazioni salì a 26, di cui tredici si svolgevano a Milano e tredici prendevano come riferimento i numeri estratti a Torino. A Milano, come in altre città, si stabilirono limiti di gioco e si adottarono alcuni sistemi diretti a limitare le spese eccessive per le vincite, come ad esempio il controllo delle giocate elevate (il "castelletto") o addirittura il divieto per i ricevitori di accettare ulteriori puntate su determinati numeri. Con l'invasione napoleonica il lotto milanese restò sostanzialmente invariato anche se le tariffe vennero allineate alla "lotteria imperiale" in uso in Francia. Nel 1817, dopo la caduta di Napoleone a Waterloo, l'imperatore Francesco I tornato sul trono del regno lombardo-veneto, emanò un decreto con cui regolamentò in maniera organica l'intera materia. A seguito della vittoria nella battaglia di Villafranca, le truppe piemontesi conquistarono definitivamente il regno ed il lotto di Milano confluì prima in quello di Torino e poi in quello italiano.

ROMA
Anche a Roma da oltre tre secoli il gioco del lotto fa parte del tessuto della cultura e delle tradizioni popolari. Splendidi acquarelli del Pinelli e dissacranti sonetti del Belli e di Trilussa, immortalano questo gioco nell'immaginario collettivo della città. Eppure la storia del lotto a Roma non ha certo avuto facile corso. Importato clandestinamente dagli altri Stati, se ne ha notizia sin dal 1666 quando Filippo IV, re di Spagna, chiese a Papa Alessandro VII Chigi di decidere circa la liceità sul piano religioso del gioco del lotto che si stava diffondendo anche nelle sue terre. Sua Santit boll immediatamente il gioco, condannandolo come peccato grave e prevedendo pesanti pene ai giocatori e la reclusione per i ricevitori. Inoltre stabilì che tutti coloro che avessero comunque a che fare con il diabolico gioco fossero scomunicati "ipso facto incurrenda". La bolla papale generò grande malcontento tra la popolazione che aveva preso a giocare con passione ai lotti di Genova, Modena e Napoli. La posizione di Papa Alessandro VII fu per confermata prima da Innocenzo XI Odescalchi, che emanò due bolle di divieto nel 1676 e nel 1685, e poi da Innocenzo XII Pignatelli che ribadì nel 1696 il divieto allargandolo a qualsiasi altra forma di scommessa. Nonostante queste decise proibizioni il gioco del lotto clandestino a Roma prosperò in maniera sempre più ampia. Clemente XI Albani pensò allora di ridiscutere tali divieti ed affidò la questione ad un'apposita congregazione di teologi e canonisti che dopo "diligente discussione" giunsero alla conclusione che "non si doveva permettere n in Roma n altrove dello Stato Ecclesiastico l'uso di simili giochi, se non sotto le condizioni e cautele e con il regolamento della medesima congregazione proposto e insinuato". Come dire che il gioco del lotto sarebbe potuto diventare legale solo se gestito dallo Stato Pontificio. Nel 1721, a seguito di tale illuminato parere, Papa Innocenzo XIII permise l'introduzione del gioco. Interessante notare che nell'editto veniva stabilito che"nessuno dovesse ardire a giocare ai Lotti di Genova, Milano, Venezia e Napoli o a qualunque altro, tanto dentro che fuori dallo Stato Ecclesiastico". L'abilità dei Papi di dettare un'attenta politica finanziaria trovò puntuale conferma anche nel campo del lotto. La gestione del gioco venne infatti data in appalto a privati a condizione che le vincite per ambo e terno fossero maggiori di quelle riservate ai vincitori di altri Stati, rispettivamente del 20% e dell'80%. Grazie a questo importante vantaggio a favore del giocatore, il gioco conobbe una vera e propria esplosione, anche per il forte afflusso di giocate provenienti da territori stranieri. Per dopo appena quattro anni, nel 1725, Papa Benedetto XIII, subito dopo la sua successione a Papa Innocenzo XIII, cancellò quanto fatto dal suo predecessore emanando tre diversi editti che tornarono a vietare il lotto a Roma. Nonostante il divieto, i sudditi papali continuarono a giocare al lotto sia a Roma (con il lotto clandestino), sia soprattutto partecipando ai lotti stranieri. Questo fenomeno indusse il Papa ad emanare una costituzione, datata 12 agosto 1727, che prevedeva nuove pene spirituali, oltre quelle temporali previste dai precedenti tre editti. Gli ecclesiastici sorpresi a giocare al lotto venivano sospesi "a divinis" mentre era prevista la scomunica per i sudditi. Inoltre per tale reato non era consentito ai confessori concedere l'assoluzione se non in punto di morte e direttamente dal Papa o a seguito di sua espressa autorizzazione. Per fortuna le anime dei romani restarono in pericolo solo quattro anni perché nel 1731 la liceità del gioco del lotto venne prontamente ristabilita. Papa Clemente XII decise di reintrodurlo al fine di trovare i fondi necessari per costruire una grande fontana al termine dell'acquedotto dell'acqua Vergine, uno dei più importanti tra quelli che portavano l'acqua a Roma, fatto costruire nel 19 a.C. da Marco Vispanio Agrippa lo stesso che fece erigere il Pantheon. Di l a poco, grazie ai proventi del lotto, sarebbe nata la fontana di Trevi, la fontana più famosa del mondo. Inutile dire infatti che per realizzare il grandioso progetto pontificio occorrevano ingenti quantità di denaro. In quegli anni le casse vaticane erano per particolarmente dissestate. A complicare le cose stava il fatto increscioso che, come detto, solo sei anni prima Papa Benedetto XIII ne aveva sancito l'assoluto divieto. Per non avere rimorsi di coscienza ma soprattutto per evitare di cadere in aperta contraddizione con il suo predecessore, Clemente istituì una commissione "ad hoc" con il compito di esaminare nuovamente i vari aspetti legati al gioco, non ultimi quelli religiosi. I lavori della commissione non durarono a lungo, anche perché il Papa aveva fretta di aprire il cantiere per la nuova fontana. La congregazione diede ovviamente parere favorevole al ristabilimento del gioco. E' assai interessante sintetizzare i motivi, alcuni dei quali anche di natura religiosa, che spinsero il Papa a dare seguito alle richieste del popolo: a) il gioco poteva essere reintrodotto in quanto vi era allora stato un eminente parere di un'apposita congregazione; b) tutte le precedenti proibizioni non avevano sortito grandi effetti; c) era grande il rischio per i numerosissimi giocatori di andare incontro non solo alle sanzioni previste dalla legge ma anche alla possibilità che i gestori clandestini li defraudassero della vincita, soprattutto se questa era particolarmente elevata; d) la sincera afflizione del Santo Padre nel sapere che migliaia di suoi fedeli andavano incontro alla dannazione della loro anima, pur se molti confessori non davano corso alle disposizioni papali assolvendo ugualmente i giocatori pentiti; e) la grande fuga di denaro dalle casse dello Stato Pontificio verso le casse degli Stati stranieri. Tanto più che con il provvedimento concessorio di Papa Innocenzo XIII si era potuto invertire il flusso, in quanto il lotto a Roma prevedeva quote per l'ambo e per il terno notevolmente superiori a quelle praticate in altri Stati e questo faceva affluire ingenti somme di denaro dall'estero verso il lotto di Roma; f) durante la gestione statale del lotto si era potuto verificare che questo assicurava l'onesto sostentamento di oltre quattrocento famiglie. Avendo brillantemente risolto i problemi di ordine morale e religioso, il 12 dicembre 1731 Papa Clemente XII emanò l'editto con cui affermava "il ristabilimento in Roma di un nuovo gioco del Lotto" che restava per interdetto alle persone vincolate al voto di povertà, ai frati ed alle monache. L'incarico di gestire il gioco fu concesso alla congregazione dei notabili dell'Impresa de' lotti e all'Arciconfraternita di S. Gerolamo della Carità. Anche per dare una finalità morale a tale nuova attività, il Papa stabilì che i proventi del gioco dovessero essere impiegati per assicurare ad ogni estrazione un'onorata dote a cinque povere zitelle e, naturalmente, per la creazione di un fondo destinato alla realizzazione di opere pubbliche. La scelta di affidare la concessione all'Arciconfraternita non fu causale ma dettata dal fatto che essa gi gestiva una seguitissima lotteria. Riportiamo l'interessante descrizione ad opera del Clementi della prima estrazione del nuovo lotto effettuata in data 14 febbraio 1732 in piazza del Campidoglio a differenza della precedente gestione che la effettuava a piazza Montecitorio: "Figurarsi l'attesa del popolino al quale per non mancava un immediato sconforto. Aperti i botteghini per il nuovo gioco, un gerente se ne fuggiva con 400 scudi riscossi dai giocatori! Fu la prima... vincita al Lotto! La prima estrazione, eseguita il 14 febbraio, giovedì precedente al primo sabato di Carnevale, era organizzata come una grande solennità. Sulla piazza del Campidoglio era stato eretto un palco, ornato di velluti, sul quale prendeva posto il Commissario con i chierici della Camera. Per il bussolo posava sul tavolo alla volta del pubblico una bella urna di rame inargentata. Le palle furono deposte nell'urna da un uomo di gran voce, vestito con zimarra paonazza, che diceva i numeri innanzi al popolo. Tanta era la folla accorsa per assistere all'estrazione che gremiva non solo la piazza del Campidoglio e la scalinata ma si stendeva fino al palazzo Astalli. Un fanciullo degli orfanelli estrasse 5 palle dall'urna e ne disse al popolo i numeri che per la storia furono i seguenti: 56 - 54 - 18 - 6 - 23. Si immagina la gazzarra dei vincitori, per i quali il Carnevale non poteva inaugurarsi sotto auspici migliori. Naturalmente non mancò chi subito approfittasse del gioco del lotto per inaugurare una piccola speculazione cabalistica". L'operazione ebbe un notevole successo. Infatti, sin dalla terza estrazione, il governo pontificio centrò il suo obiettivo assicurandosi le entrate fiscali necessarie per dare corso ai lavori. Il 12 maggio 1732 Papa Clemente poté quindi stanziare i primi finanziamenti per la costruzione della fontana di Trevi. Lo apprendiamo dalla lettura di un manoscritto del 2 ottobre dello stesso anno redatto di pugno da Papa Clemente XII: "Abbiamo per detta opera assegnata la somma di scudi 17.647,71 ritratta dal sopravanzo della terza estrazione del lotto di Roma del 12 maggio prossimo passato". Nel 1737, poiché anche altri Stati, avevano aumentato i premi per l'ambo ed il terno allineandoli a quelli di Roma, si cercò di attirare l'attenzione, ridestando l'interesse dei giocatori con un'operazione finanziaria che consisteva nel riconcedere, seppur in un nuovo modo, l'appalto del lotto. Furono così posti in vendita 20.000 carati, o porzioni, di 50 scudi ognuno. Il milione di scudi ricavato doveva essere suddiviso in questo modo: 300.000 scudi a disposizione del Papa, per lo Stato e per qualsiasi urgenza di Roma: 700.000 scudi al monte di pietà. Quest'ultima cifra sarebbe servita nella somma di 100.000 scudi per il pagamento delle vincite del gioco qualora non fosse stato sufficiente l'incasso delle puntate; i restanti 600.000 scudi sarebbero stati investiti come riserva di gioco (se ad esempio il lotto fosse stato un giorno proibito, questa cifra, ed i proventi derivati dagli investimenti con essa compiuti, sarebbero stati divisi fra i caratisti). Ai possessori di questi carati spettavano i due terzi degli utili netti ed anche gli interessi derivati dai suddetti investimenti nella cifra in cui avessero superato il milione di scudi. Ciò garantiva un fondo permanente di notevole entità e di conseguenza annullava qualsiasi possibilità di rischio sia per i caratisti che per lo Stato. Nel 1770 Pio VI decise di tornare al sistema della gestione centralizzata assunta dalla Reverenda Camera, con la solita sovraintendenza della Tesoreria Generale. Risulta che nel 1785, sempre sotto Pio VI, gli utili derivati dal lotto contribuirono alla bonifica delle Paludi Pontine. A seguito dell'occupazione francese nel 1811, durante la quale si consumò la grande "offesa" che vide l'arresto di Papa Pio VII Chiaramonti, il lotto continuò senza interruzioni. Cambi solo la sede ove avvenivano le estrazioni. Dalla piazza del Campidoglio si spostò l'urna nella Chiesa delle Suore Benedettine della S.S. Concezione di Maria in Campo Marzio. Interessante notare come furono cambiati i tempi in cui il lotto era malvisto dal Governo, se è vero che l'estrazione avveniva proprio sull'altare maggiore ed i numeri estratti venivano affissi sulla facciata esterna della chiesa. Al ritorno del Papa, l'estrazione fu nuovamente spostata in piazza Montecitorio ed il gioco cambi nome denominandosi "Gioco del Lotto di Roma e Toscana". L'estrazioni da nove salirono a 48: 24 si svolgevano a Roma e 24 in Toscana, ed il giorno dell'estrazione venne fissato il sabato alle ore 12.00.

BOLOGNA
Anche nell'antico territorio dipendente da Bologna il gioco del lotto ha conosciuto avverse fortune: divieti, bolle papali di interdizione, carcere e pene corporali per i trasgressori. Nulla comunque servì a fermare lo sviluppo del gioco. La comparsa di un qualche sistema di gioco popolare a Bologna e probabilmente nelle Romagne può esser fatta risalire a prima del 1551 secondo quanto risulta in un documento di quell'anno, conservato nell'Archivio di Stato di Bologna. Tale documento specificava che il lotto era diviso in tre parti ma ciò non è sufficiente per capire esattamente come si articolasse il gioco. Sappiamo solo che i premi consistevano in gioielli e che l'estrazione veniva effettuata tre mesi dopo l'apertura della raccolta delle giocate. Inoltre a quella data il lotto non era regolamentato n sottomesso a divieto alcuno tanto che veniva talvolta gestito da Congregazioni, da pubblici amministratori o addirittura da privati cittadini. Ciò non vuole dire che lo Stato Pontificio non fosse a conoscenza della sua esistenza o ancor più dei guadagni che ne derivavano. Infatti nel 1589 Sisto V decretò che i premi, vinti al lotto e non ritirati entro i 10 giorni successivi, fossero devoluti alla Compagnia di S. Bernardo in Roma. Ma proprio della fine del '500 il primo decreto con il quale si vietò ogni tipo di lotteria. Per quanto riguarda il gioco del lotto nell'accezione moderna, dobbiamo ricordare che sempre stato strettamente legato al lotto di Roma da quando Giulio II nel 1506 sottrasse la regione al dominio della famiglia Bentivoglio. Come in altre regioni d'Italia, anche qui i divieti non impedirono per lo sviluppo del gioco. Non a caso il testo del successivo bando del 22 settembre 1714 iniziava proprio con l'evidenziare la "poca stima si era avuta delle proibizioni tante volte promulgate de Giuochi". Le prime risalivano al secolo precedente. Ci fu quella imposta dal Cardinale Cybo, con la sua lettera del 17 ottobre 1676, con cui "si vietavano i giuochi d Lotti di Genova, Milano e Torino, e di qualsivoglia altra Città, e Luogo". Il 3 gennaio 1710 il Cardinale Lorenzo Casoni, riconfermando tutte le proibizioni ordinate dai suoi predecessori, vietò ogni sorta di giochi, fra cui dadi, riffe e lotti. Innocenzo XIII nel 1721 ammise il gioco a Roma e in tutti gli Stati della Chiesa. In quell'occasione Bologna per motivi più di cassa che di campanile, chiese ed ottenne di mantenere il proprio gioco senza rientrare nella gestione centralizzata di Roma. Nonostante questo, il gioco fu cancellato da Papa Benedetto XIII e poi reintrodotto da Papa Clemente XII nel 1731 (si veda la storia del lotto a Roma). A seguito dell'occupazione francese, il lotto bolognese si separò da quello dello Stato pontificio anche se si seguitarono ad accettare scommesse per estrazioni effettuate in diverse parti d'Italia, tra cui Roma. Anche a Bologna il gioco del lotto era strettamente legato alla sorte delle "solite"... zitelle. Tra le novanta orfane in et da marito venivano estratti cinque nomi cui veniva riconosciuta una dote ottenuta dai proventi della raccolta delle giocate. L'occupazione di Bologna ad opera delle truppe austriache, (1799) ebbe come prima conseguenza quella di bloccare completamente l'attività di gioco che riprese invece con regolarità con il ritorno dei francesi. Proclamata la Repubblica Italiana, il Governo, con legge del 7 settembre 1802, fu autorizzato a riprendere quelle regole in vigore in altre parti d'Italia, che risultavano essere le più remunerative per la Nazione. Nel 1815 Bologna, con il trattato di Vienna, tornò a far parte dello Stato della Chiesa. Il gioco del lotto si identificò cos nuovamente con quello pontificio. Nel 1834 si giunse ad un vero e proprio ordinamento di questo gioco ad opera di monsignor Tosti, Tesoriere Generale di Sua Santità. Innanzitutto era sancito il divieto di giocare in altre città riservando così il monopolio del lotto all'impresa Romana. I "prenditori" dovevano avere regolare autorizzazione e non potevano raccogliere giocate al di fuori del territorio loro designato. Veniva proibito qualsiasi altro gioco d'azzardo (lotterie, riffe, tombole) di qualsiasi natura fosse il premio in palio. Furono regolamentati i giorni e gli orari delle estrazioni così come quelli di apertura e chiusura dei banchi. Vennero poi sancite le pene per i falsificatori: a seconda della gravità del caso si andava da un minimo di 10 anni di carcere alla pena di morte. I biglietti erano composti di due parti identiche fra loro: la matrice per l'impresa e la bolletta per il giocatore. Alla chiusura delle giocate tutte le matrici dovevano esser riposte in un armadio a tre diverse serrature. Vennero regolamentate anche le giocate a credito: il giocatore doveva dare una caparra pari a due giulii per ogni scudo scommesso e sanare il suo debito prima dell'estrazione. Furono proibite le giocate di mezzo baiocco poiché causavano da una parte eccessivo lavoro per l'impresa, dall'altra non potevano che consentire vincite molto limitate ai giocatori. L'editto contenente queste disposizioni doveva essere affisso bene in vista in ogni ricevitoria, pena una multa di 100 scudi per il prenditore. Tre anni pi tardi Monsignor Tosti dovette per intervenire su questa regolamentazione per legittimare la consuetudine dei ricevitori di chiedere una soprattassa di mezzo baiocco ai giocatori ritardatari. La scusa era quella di dover pagare personalmente un corriere che provvedesse alla consegna della matrice all'impresa. Ma tale legittimazione ebbe un costo anche per i ricevitori visto che fu deciso che i sei decimi di quel mezzo baiocco all'amministrazione del lotto. Tutto restò inalterato fino a quando, nel 1860, l'Emilia assieme alla Toscana, grazie al famoso plebiscito, si un al Piemonte nel grande disegno dell'unità d'Italia. Anche il gioco del lotto seguì le sorti della regione uniformandosi, pur se non immediatamente, a quello nazionale.

TORINO
Se a Genova il predecessore del moderno gioco del lotto era chiamato "Giuoco del Seminario", a Torino le scommesse erano legate al "gioco delle zitelle". Dall'esame di un documento del 1674 si può verificare che Carlo Emanuele II concesse ad un tal Chiapissone la facoltà di "introdurre nello stato di Sua Altezza Reale un'estrazione da farsi ad imitazione di quelle di Genova e Milano". Le scommesse erano abbinate all'estrazione di cinque fortunate tra cento nomi di "povere figlie". Alle vincitrici veniva regalata una dote di cento lire da versare "al tempo de loro matrimoni, o occasioni di essere religiose". L'estrazione avveniva quattro volte l'anno. Interessante notare che la lista delle cento "candidate" era predisposta personalmente da Sua Altezza Reale. Il gioco conobbe una certa fortuna tanto che venne addirittura "riesportato" a Genova, patria del gioco del lotto. Nel 1735 risulta infatti che nella città della Lanterna venne richiesta l'autorizzazione a svolgere il "gioco delle zitelle". Successivamente il gioco delle zitelle prese piede anche a Napoli ed in molte altre parti della penisola. Tornando a Torino, vediamo come, a fianco degli iniziali scopi umanitari, anche il Governo piemontese non trascurò evidenti finalità fiscali. La gestione del gioco venne infatti affidata in cambio di canoni di concessione sempre più alti. Di concessione in concessione il gioco prosperò sino al 1713 quando il duca Vittorio Amedeo II, "preferendo l'utilità dei sudditi a quelle delle nostre finanze" lo proibì, comminando pene corporali sia ai tenutari (due tratti di corda) che ai giocatori (un tratto). Fu necessario attendere sino al 1742 perché, sotto la spinta del debito pubblico, il gioco del lotto tornasse legale. Il 17 luglio un certo Antonio Tedeschi ebbe in concessione la raccolta del gioco del "Seminario di Torino" per 114.002 lire annue. Fra il 1754 e il 1798 l'incasso globale ammontò a 18,9 milioni di lire e i proventi a 12,7 milioni con un rapporto dunque di due terzi di entrata netta. In questo periodo furono autorizzate molte lotterie per le più svariate cause sociali: a favore di ospedali, ospizi, ordini di frati etc. e persino per cause riguardanti singoli individui (infortuni, indigenti, carcerati, etc.). In generale i prezzi dei biglietti erano superiori a quelli del "lotto di seminario", tanto da essere spesso inaccessibili al popolo. Si giunse così ad una diversificazione di lotterie per classi. Il governo incassava il 10% sul prezzo dei biglietti. Il gioco era così diffuso che in Piemonte si rese necessaria l'istituzione di un giudice speciale per giudicare le cause civili e criminali relative a questioni legate al lotto. Successivamente il gioco continuò la sua progressiva espansione sino al 1802 quando il Piemonte cadde nella rete di Napoleone. Il lotto allora confluì nella "Lotteria Imperiale Francese. Nel 1814, al ritorno in patria dei reali sabaudi, il gioco continuò come se nulla fosse accaduto passando sotto la Direzione Generale della Regia lotteria. Una serie di importanti provvedimenti normativi (emananti nel 1816, nel 1820, nel 1838 e nel 1841) regolamentarono assai minuziosamente il gioco, fissando rigide regole contabili. Ogni mese alla presenza del vicario e dei sindaci di Torino si effettuavano in pubblico due estrazioni. Da ogni comune il sindaco chiedeva i registri e segnava l'ora della partenza del pedone che li portava a Torino e che doveva giungerci un giorno prima dell'estrazione, perché i registri fossero verificati e archiviati prima di provvedere all'estrazione. Fino al 1814 ai ricevitori del lotto fu riconosciuto l'aggio dell'8%, più tardi (1828) tale percentuale rimase all'8% per le prime 20.000 lire riscosse, scendendo progressivamente fino all'1% sulle riscossioni oltre le 200.000. Le vincite erano pagabili entro 4 mesi, trascorsi i quali il diritto al premio decadeva. Le estrazioni rimasero quattro al mese: due sulla ruota di Torino e due facevano riferimento alle estrazioni di Genova. Il numero di "banchi" fu dapprima stabilito in 216 ma in seguito fu regolato in base alla popolazione: un banco in comuni di almeno 3000 abitanti e uno ogni 4.000 nelle città.

NAPOLI
A Napoli il lotto è re. E' così tanto diffuso che molti probabilmente pensano che il gioco sia proprio un'invenzione partenopea. E' invece molto interessante notare che in realtà qui il lotto si diffuse tardivamente. La sua prima apparizione è datata 1682 ed era prevista una sola estrazione l'anno. Successivamente le estrazioni furono portate a due o tre all'anno. Nel 1689 il gioco del lotto venne addirittura abolito, perché considerato "pernicioso per gli interessi delle famiglie", ed i napoletani dovettero attendere ben 24 anni prima di poter tornare a giocare. Nel 1713 fu infatti decretata la sua definitiva reintroduzione. Furono previste tre estrazioni annuali, portate a nove nel 1737. Il gioco, che in un primo tempo si chiamava "Seminario di Napoli" e poi "Nuovo Lotto di Napoli", era legato, come in molte altre zone italiane, all'estrazione di cinque nomi tra quelli di novanta zitelle. Per dare un impulso al gioco nel 1774 vennero affiancate alle nove estrazioni di Napoli altre nove che avevano luogo a Roma, fino a quando, nel 1798, fu deciso che tutte le diciotto estrazioni fossero effettuate a Napoli. Fino ad allora il gioco venne gestito mediante la concessione in appalto ma in quell'anno fu istituita un'amministrazione speciale. Nel 1804 il numero delle estrazioni salì a 24. Il gioco continuò a svolgersi con regolarità anche sotto la denominazione francese. Il 18 gennaio 1806 il Comandante Giuseppe Bonaparte emanò un decreto con il quale rassicurava la popolazione circa il suo regolare svolgimento. "Le estrazioni - si legge nel decreto - continueranno a darsi nel modo solito e le vincite saranno religiosamente pagate, come in passato". Nel 1807 ci fu un tentativo, di istituire una "regia interessata", affidandola per sei anni all'imprenditore Carlo Guedard, a fronte della corresponsione di un canone annuo di ben 286 mila ducati. Lo Stato si riservò anche una partecipazione sugli utili. L'anno successivo le estrazioni aumentarono di numero, passando prima a 25 e poi, nel 1811, a 26. Nel 1810 il contratto fu sciolto a causa delle gravi perdite subite dal gestore. Il lotto tornò allora allo Stato che costituì, l'anno successivo, un servizio autonomo con la denominazione di "Amministrazione de' Regali Lotti", alle dirette dipendenze del Ministero delle Finanze. Col diffondersi del gioco crebbero anche il numero delle estrazioni. Nel 1817 salì a 50, 25 "ordinarie" e 25 "straordinarie", anche grazie all'abolizione del lotto a Palermo. I ricevitori venivano chiamati "prenditori" o "pastieri" e le ricevitorie "pasti" o "botteghini". Abbiamo notizia che nel 1843 i "Botteghini" erano circa mille, ben distribuiti nel territorio del Regno, esclusa la Sicilia (che gestiva un lotto proprio). Le estrazioni avevano luogo il sabato nel palazzo della "Vicaria" ove aveva sede il tribunale. Alla presenza di due magistrati della Grande Corte dei Conti in toga e di due cittadini, venivano estratti i cinque numeri per mano di un bambino bendato scelto nelle parrocchie della città. Prima dell'estrazione il bimbo veniva benedetto dal parroco di Santa Caterina a Tornello. L'estrazione avveniva alla presenza di due cittadini del "popolino" che venivano appositamente chiamati a salire sul palco per certificare la regolarità delle procedure. Per ogni estrazione venivano assegnate cinque doti ad altrettante zitelle i cui nomi erano stati abbinati ai cinque numeri estratti tra i novanta imbussolati. Nel 1799 l'importo della dote venne fissato in 25 ducati ciascuna. Il lotto a Napoli conobbe subito grande diffusione e popolarità ma Garibaldi, con un decreto a propria firma, ne decise l'abolizione a partire dal primo gennaio 1861. L'ordine non fu mai eseguito perché, a seguito del plebiscito che stabilì l'unione dei territori del regno delle Due Sicilie all'Italia, il gioco fu nuovamente reso legale nella non difforme versione nazionale. Anche a Napoli il lotto non mancò di avere anche finalità sociali. Nel 1764 infatti re Ferdinando ordinò che con i proventi del lotto fosse assegnata un'elemosina di sette ducati alle Cappuccinelle, dette le "Trentatre", perché pregassero per la felicità del Regno. In maniera assai simile nel 1817 fu stabilito che un'elemosina di 3 ducati e settanta fosse devoluta in occasione di ogni estrazione straordinaria. PALERMO
Non è facile stabilire con esattezza quando il lotto fece la sua prima apparizione nell'isola. Secondo alcuni storici (Pirtè, Petitti di Roreto) il gioco iniziò a diffondersi prima a Palermo e poi in tutta la regione dopo la sua istituzione a Napoli nel 1713. Secondo il Majorana invece il lotto "ebbe istituzione pubblica come in Napoli nel 1682, l'abolizione nel 1689 e ristabilimento nel 1713". Il popolo lo identificava come "iocu di Napoli". Alcune fonti indicano che nel 1758 ne fu stabilita ufficialmente l'istituzione prevedendo nove estrazioni all'anno sulla ruota di Napoli. Lo si deduce dal manoscritto "Opuscoli palermitani, giuochi volgari si di mano come di sorte usati in Sicilia" di Emanuele Gaetano Francesco, marchese di Villafranca, e dalla lista delle novanta zitelle legate all'estrazione del 4 febbraio 1758 sulla ruota di Napoli, in possesso dell'Intedenza di Finanza di Palermo. In calce all'editto, è stata riportata a mano la seguente dicitura: "Regio Lotto di Napoli or qui a Palermo". Da ciò si deduce come il lotto di Palermo, pur collegato a quello di Napoli, avesse in realtà vita propria. Una "regia impresa" doveva curarne la gestione. Sin dai primi anni del 1800 anche Palermo ebbe proprie estrazioni. Dall'esame di alcune giocate di quel periodo, si può capire che probabilmente si poteva scommettere su abbinamenti gi predisposti di nomi di zitelle. Le giocate infatti erano prestampate. Il giocatore poteva cioè scegliere tra le varie, possibili combinazioni predefinite stabilendo la posta. Con proprio decreto del 1816 re Ferdinando IV decretò che sui numeri
estratti sulla ruota di Palermo potessero giocare anche i sudditi che non risiedevano in Sicilia. Avvenuta l'estrazione a Palermo nel Palazzo del S. Uffizio, il Gran Camerario del Dipartimento del lotto di Sicilia comunicava i nomi delle zitelle vincitrici ed i relativi numeri al Direttore Generale del lotto di Napoli. Per accelerare i tempi di informazione veniva utilizzato il sistema del telegrafico ottico che operava regolarmente tra le due città. Il 10 dicembre 1817 furono raddoppiate le estrazioni di Palermo, aggiungendo, alle dodici estrazioni ordinarie, altre dodici straordinarie. Nel complesso dunque si ebbero ventiquattro estrazioni all'anno. Le giocate sulle estrazioni straordinarie potevano essere raccolte solo nei comuni di Palermo, Messina e Catania. Alle fortunate zitelle, estratte con le estrazioni straordinarie, veniva riconosciuta una dote pari alla metà di quella fissata per le estrazioni ordinarie. Nel 1820 la raccolta del gioco per le estrazioni straordinarie fu estesa a Trapani, Agrigento (indicato nell'editto con l'antico e nobile nome di Girgenti), Corleone, Termini, Caltanissetta e Cefalù. La gestione del lotto di Palermo era affidata alla "Amministrazione della Regia Impresa del Lotto". L'Amministratore generale, nominato nella persona del Principe di Altofonte, controllava due amministratori, uno a Messina ed uno a Catania. Nel 1852 le estrazioni annuali furono elevate a 50. Si svolgevano tutti i sabati eccetto quelli successivi a Natale e Pasqua. Nel 1863 il gioco del lotto di Palermo fu inglobato nel gioco del lotto nazionale.

LUCCA
A Lucca per oltre centoventi anni il gioco del lotto ebbe vita autonoma. La prima notizia sul gioco della repubblica oligarchica toscana risale al 1722, esattamente al 27 marzo. Anche in questa parte d'Italia, il gioco fu inizialmente duramente osteggiato. E' anzi interessante notare che il motivo che spinse il Senato a promulgare una legge di autorizzazione del gioco, fu proprio legato al fatto di voler limitare al minimo il rischio di truffe e raggiri cui sempre più spesso erano vittime i sudditi lucchesi. In altri termini il Senato di Lucca decise di regolarizzare il lotto proprio per combattere il "lotto nero". Fu così che - appunto - il 27 marzo 1722 il Senato di Lucca decretò in materia di gioco del lotto regolandolo in modo assai preciso ed avendo con primo obiettivo quello di recare il minor danno possibile ai cittadini. A riprova di questa buona intenzione sta il fatto che inizialmente non fu previsto alcun ricavo a favore dell'erario. I proventi, al netto delle spese e delle quote devolute ad un fondo di garanzia, erano interamente ridistribuiti ai giocatori. Si dovette attendere oltre vent'anni prima che anche nella repubblica di Lucca adeguasse al resto d'Italia, gestendo il lotto con finalità fiscali. Infatti il 23 aprile 1748 il gioco venne dato in appalto a fronte di un compenso di 37.500 lire l'anno. La società appaltante fu costituita grazie ad una sorta di azionariato popolare "ante litteram". Il capitale societario doveva essere costituito da un minimo di 240 quote ad un massimo di 288. Ogni famiglia non poteva sottoscrivere più di una quota. Ogni quota corrispondeva a 937 lire e dieci soldi. Il compenso pagato dalla società veniva per un terzo devoluto alle zitelle povere (ritorna anche a Lucca il gioco genovese delle zitelle), per un terzo serviva per liberare al Monte i pegni di basso valore (meno di dieci soldi) e il restante terzo veniva incamerato dal Tesoro. Molto interessante è anche notare come il gioco del lotto a Lucca - almeno inizialmente - facesse riferimento ad estrazioni compiute in altri Stati. Questo dimostra ancora di più la vocazione sociale più che fiscale dell'intera regolamentazione del gioco da parte del Senato lucchese. Del resto nel preambolo del bando che istituiva il gioco del lotto era iscritta una curiosa avvertenza che invitava i sudditi a - "non lasciarsi sedurre e trasportare da quella lusinghiera speranza che con mettere in vista un grosso guadagno ha cagionato la fortuna di pochi e la rovina di molti". Dopo il primo triennio il sistema dell'appalto fu prorogato. Si pensò di utilizzare i proventi del gioco del lotto, assieme a quelli di una nuova tassa sul sale, per costruire l'acquedotto. L'idea, certamente molto utile sotto il profilo sociale, sembra non abbia per trovato pratica applicazione. In merito alla liceità morale del gioco del lotto riportiamo un interessantissimo brano dell'opera "Della pubblica felicità" di Lodovico Muratori, erudito letterato del 1700. L'importante opera, edita a Lucca nel 1749, riporta in un intero capitolo le valutazioni etiche che imporrebbero ai Governi di vietare il "Lotto di Genova, mirabil'invenzione per adescare un'infinità di persone, le quali incantate da un proposta d'un immenso guadagno, qualor si colga un'ambo, e molto più se un terno, vanno a seppellir ivi una prodigiosa quantità di danaro". Nonostante queste reticenze, il sistema dell'appalto si protrasse sino al 1778 quando lo Stato tornò a gestirlo direttamente. Gli utili del gioco vennero ripartiti equamente fra i quattro uffici: "delle acque e strade delle sei miglia", "delle strade della città", "della foce di Viareggio", "dei bagni". Nel 1799, a seguito della caduta della repubblica, il lotto tornò ai privati. Era prevista anche la partecipazione societaria dei singoli cittadini cui era riconosciuto un interesse che variava tra il 5 ed il 6% annuo, oltre la partecipazione ad un terzo degli utili, pagata la quota annuale fissa di 22.550 lire dovuta al Tesoro. Tale partecipazione salì poi alla metà degli utili. Nel 1804 lo Stato tentò di rientrare in pieno possesso del gioco ma di fatto non vi riuscì non potendo restituire i denari ai sottoscrittori privati. Nel 1807, per la prima volta, si ebbe l'introduzione delle estrazioni nel territorio di Lucca. Se ne facevano trentasei all'anno. Una il cinque di ogni mese, una il quindici e la terza il venticinque. Importante il provvedimento datato 1820 con il quale Maria Luisa riordinò per intero l'ordinamento del gioco. Per ogni giocata si era obbligati a versare un "quattrino" che serviva per pagare l'assistenza ai cittadini meno abbienti. Le sedi estrazionali vennero allargate a tre, aggiungendo a Lucca anche Camajore e Borgo a Mozzano. Due anni più tardi un decreto fissò la regola che le vincite fossero tassate nella misura del 5%. I fondi così ricavati vennero destinati alla costruzione di un acquedotto, riportando in auge l'idea di settant'anni prima. Il gioco del lotto lucchese fin di esistere autonomamente nel 1847 quando la Repubblica fu assorbita dal Granducato di Toscana.

FIRENZE
Già nel 1520 nella repubblica di Firenze si era ricorsi alla vendita di polizze per smaltire alcuni beni. Sappiamo inoltre che vennero nominati alcuni cittadini con l'incarico di invogliare all'acquisto dei biglietti il popolo che in verità si era mostrato alquanto reticente. Nel 1556 Cosimo I, versando una somma in denaro, formò una società tenutaria del gioco con alcuni mercanti, che a loro volta depositarono in pegno oggetti preziosi. Fu inoltre concesso, ad ulteriore garanzia dell'impresa, che sul fondo cassa del gioco del lotto si riversasse quanto il Granducato incassava con le condanne pecuniarie. Cosimo I ricorse all'istituzione di questa vendita in lotti per coprire le ingenti spese sostenute per assoggettare Firenze e poi Siena. Nel 1688 troviamo invece sancito il divieto di prendere parte al "Gioco del Seminario" di Genova. E' del 1732 un bando che torna a condannare l'immoralità del lotto che fa dimenticare al popolo l'onesto vivere e lo spinge a commettere i più svariati misfatti pur di procurarsi il denaro da impegnare al gioco, causando, non ultimo, la fuoriuscita di ingenti somme con le puntate effettuate sul lotto estero. Vennero così stabilite multe e prigione per chi gestisse il gioco. Sembra però che questo tipo di condanne non sortì grande effetto visto che nel 1737 venne aggiunta come pena anche la tortura. Solo due anni dopo, nel 1739, arriviamo all'istituzione del lotto nel Granducato di Toscana. Il gioco fu dato in appalto per nove anni ad un certo Ottavio Cataldi al quale era pure concesso di accettare giocate sui lotti esteri. Anche qui troviamo le novanta zitelle per cinque delle quali doveva essere sorteggiata una dote da destinarsi al momento del matrimonio o dell'entrata in monastero. Nel frattempo le doti sarebbero state depositate in Santa Maria Nuova o investite al Monte. Le estrazioni venivano effettuate, oltre che a Firenze, anche a Pisa e a Livorno. Anche nel Granducato di Toscana venne attuata la regola del "castelletto". Era inoltre operante il divieto, che troviamo per la prima volta, di accettare giocate sui lotti esteri quando le estrazioni vi erano gi avvenute anche se non erano ancora giunti i risultati. Alle ricevitorie, dette "prenditorie", era fatto obbligo di tenere dei registri sui quali riportare le giocate. Prima che si effettuassero le estrazioni, i registri dovevano essere recapitati all'Impresa e l riposti in un archivio chiuso con tre diverse serrature le cui chiavi erano tenute: una dall'impresario, una dal primo deputato e l'ultima dal Direttore dell'Azienda. Un delegato del direttore doveva apporvi i sigilli. Nel 1775 si emanarono nuove disposizioni in base alle quali era lasciata all'impresa la libertà di decidere date, luoghi e numero delle estrazioni e le ragazze sorteggiate, sempre appartenenti alle varie parrocchie del Granducato, avevano diritto a ricevere subito la dote senza attendere l'eventuale matrimonio "spirituale o temporale". Gli appalti continuarono ad essere concessi al 1784, anno in cui l'amministrazione del lotto passò allo Stato senza che il regolamento subisse fondamentali variazioni. Quando nel 1802 al Granducato successe il Regno d'Etruria, il gioco continuò senza ulteriori riforme mentre più tardi, con la denominazione francese, fu introdotta la Lotteria Imperiale di Francia con le sue regole. Con la restaurazione del Granducato (1814) si ritornò alla precedente regolamentazione fino al 1821 quando Ferdinando III di Lorena la corresse e completò dandogli quell'impostazione che verrà poi presa ad esempio quando, con la formazione del Regno d'Italia, si rese necessaria una legislazione in materia comune a tutte le regioni. Una legislazione che in fondo ancora oggi in vigore, almeno nelle principali linee guida. Si stabiliva innanzitutto un capitale come fondo della lotteria e si fissava la direzione generale a Firenze. Ad ogni 4000/5000 abitanti corrispondeva una ricevitoria ed i ricevitori, autorizzati dalla Direzione Generale, potevano nominare dei sostituti per la raccolta del gioco nelle zone circostanti. Poiché i ricevitori dovevano rispondere delle loro azioni e di quelle dei loro sostituti verso i giocatori e l'impresa, essi dovevano offrire una garanzia in denaro o immobili. Le giocate possibili erano l'estratto semplice, l'estratto determinato, l'ambo, l'ambo determinato ed il terno. I ricevitori potevano accettare puntate solo sull'estrazione della settimana in corso e non era permesso giocare a credito. Per quanto riguarda il trasporto delle matrici veniva consigliato l'utilizzo della Posta ma era anche possibile provvedere diversamente. Dopo un controllo alla Direzione di Pisa le matrici passavano alla Direzione di Firenze dove per essere accettate dovevano giungere entro le ore 12 del giorno fissato per l'estrazione altrimenti venivano annullate e le rispettive giocate rimborsate. Le matrici dovevano inoltre essere controllate da una speciale divisione che applicava eventualmente la regola del "castelletto"". Per quanto riguarda le estrazioni erano 48, una metà effettuate in Toscana, l'altra facevano riferimento al lotto di Roma. Veniva anche descritto il tipo di recipiente di forma elissoidale e ottagona adibito all'imbussolamento dei 90 numeri i quali dovevano essere riportati in numero e in lettere su fogli quadrati a loro volta inseriti in contenitori di cartone identici fra loro. A questi numeri corrispondeva ancora il nome di una fanciulla bisognosa, nubile, in et compresa fra i 15 e i 30 anni e di provata moralità alla quale in caso di favorevole sorteggio veniva attribuito una dote di lire 100. Qualora la fanciulla morisse prima dell'estrazione del numero a lei legato, il diritto al sussidio spettava agli eredi. Fu infine vietata qualsiasi altra forma di lotteria, a meno che la Direzione Generale non concedesse eccezionalmente la propria autorizzazione, purché non fossero offerti premi in denaro. Qualora il valore dei premi in palio, stabilito con perizia effettuata dalla Direzione Generale, superasse le trecento lire era previsto il pagamento di una tassa equivalente al 5% del valore totale dei premi stessi.

PARMA
Nei territori dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla non è possibile risalire con esattezza a quando il gioco del lotto sia stato introdotto. Secondo i più illustri studiosi, tra i quali non possiamo non citare il Petitti di Rereto, nei tre ducati il gioco venne introdotto all'inizio del XVIII secolo (1700), più o meno nello stesso periodo in cui il gioco faceva le prime apparizioni a Milano. Il primo documento ufficiale di cui si ha notizia relativamente al gioco risale al 3 luglio 1753. Dall'esame di quella "Grida" si può capire molto sull'effettivo funzionamento del gioco in quella regione e si scopre che era scaduta la "sejennale locazione dell'impresa de' Seminari di questa città di Parma, Piacenza e Guastalla e loro Stati sopra le estrazioni del lotto di Parma, Milano, Venezia, Genova e Roma". In altri termini, era possibile giocare non solo sulle estrazioni effettuate a Parma ma anche scommettere sulle quelle compiute nelle altre principali città italiane ove il gioco era gi consolidato. Il rinvenimento di una bolletta dell'epoca ha reso possibile risalire al fatto che anche negli stati farnesi il gioco si basava sull'estrazione di una lista di giovani orfane in et da marito, le più fortunate delle quali ottenevano in regalo un'adeguata dote per coronare il loro sogno d'amore. In proposito si ha notizia di un avviso di un'estrazione effettuata il 7 maggio 1755 che riporta l'elenco delle partecipanti. Con altro bollettino informativo si rende noto l'elenco delle nubili che si aggiudicarono la dote. Nonostante la rapida diffusione del gioco, la sua gestione non fu sempre felice. Nel 1757, in occasione dell'estrazione del 10 febbraio, si ha la prova che l'erario registrò una secca perdita. A fronte infatti di 19.588 lire di incasso, furono pagate ben 34.000 lire di vincite, con un disavanzo di ben 14.412 lire. Il lotto a Parma restò immutato sino al 1802, anno della morte del Duca Ferdinando, ultimo duca degli Stati farnesi. In quell'anno il ducato di Parma passò sotto l'autorità di Napoleone che inviò il Consigliere di Stato, Moreau de Saint-Mery, al fine di amministrare i nuovi territori acquisiti con la Campagna d'Italia. Come era abitudine della classe dirigente d'oltralpe, si volle dare al ducato parmense gli stessi ordinamenti vigenti in Francia. Anche il lotto sub questa nuova impostazione. Pur restando formalmente in vigore, il lotto parmense dovette adattarsi alle regole della simile Lotteria Imperiale Francese. A testimonianza di questa profonda innovazione, resta l'editto firmato dal consigliere Moreau, datato 4 settembre 1805. Con la caduta di Napoleone, il Ducato di Parma uscì dalla sfera d'influenza francese e, datosi un Governo provvisorio, ristabilì, in materia di lotto, le vecchie regole prenapoleoniche del "Gioco del Seminario" abbinato alle povere ragazze in et da marito. Venne stabilito che le estrazioni, al fine di "rendere l'atto solenne e garantire la pubblica fede", fossero svolte sotto il portico grande della Piazza di Parma alla presenza del Podestà, del Procuratore del Governo e dei Commissari di Polizia. Nel 1863 fu emanata una disposizione dal Governo piemontese secondo la quale tutte le varie regolamentazioni locali in materia di lotto erano abrogate e si intendevano valide quelle nazionali. Il lotto "farnese" si tingeva definitivamente di tricolore.

MODENA
La prima prova certa dell'esistenza del gioco negli stati degli Estensi è rappresentata da un rogito notarile che formalizzava un appalto con una società milanese per l'esercizio del gioco a fronte del pagamento di un canone di 11.719 lire annue. Era l'anno 1756. Nove anni più tardi, nel 1765, venne emanata una legge in materia di gioco del lotto che stabiliva che l'estrazione dovesse essere compiuta alla presenza del Priore e del Cancelliere. Questo provvedimento era evidentemente motivato dalla necessità di dare la più totale assicurazione ai giocatori della perfetta regolarità del gioco. Nel giugno 1767 il Duca di Modena vietava ogni sorta di gioco e di scommessa che prevedesse l'impiego di denaro. Dopo qualche mese, esattamente nel dicembre dello stesso anno, emanò un decreto che regolava con precisione il gioco del lotto, che a quel punto restò l'unico gioco legale nel Granducato. Anche a Modena il gioco verteva sul "gioco delle zitelle". Imbussolati novanta nomi di giovani ragazze in cerca di marito, come al solito ne venivano estratti cinque. Alle fortunate vincitrici andava la dote per potersi maritare ed al popolo giocatore le vincite abbinate ai numeri corrispondenti alle cinque vincitrici. Leggendo il testo dell'editto si capisce che sin d'allora doveva esistere la piaga del lotto clandestino. Non a caso infatti l'articolo 6 comminava ai giocatori ed ai raccoglitori illegali una contravvenzione di cento scudi d'oro oltre la confisca delle giocate. Interessante notare che in caso di insolvenza del pagamento della contravvenzione, quest'ultima veniva commutata in "tre tratti di corda" e nell'esilio "da tutti questi Serenissimi Stati". Il gioco era concesso in appalto anche se le estrazioni dovevano avvenire secondo regole ben precise ed alla presenza di autorità che ne assicuravano il regolare svolgimento. Presenziavano infatti il Priore della Città, i giudici alle vettovaglie, l'avvocato fiscale, il Cancelliere Generale ed il direttore del lotto. E' interessante notare come le modalità delle estrazioni fossero molto simili a quelle odierne. Un incaricato, chiamato servente, mostrava l'urna vuota. I novanta bigliettini contenenti altrettanti nominativi venivano chiamati, uno per uno, mostrati al pubblico, racchiusi in una sfera ed immessi nell'urna. Terminata l'operazione dell'imbussolamento, l'urna veniva girata numerose volte e successivamente riaperta. La delicata funzione dell'estrazione veniva assicurata dalla mano di un bambino scelto a caso. La sfera estratta dal bimbo veniva passata al Priore che l'apriva in modo molto visibile, leggeva il numero contenuto e passava il biglietto al Cancelliere che ne annotava l'uscita su un verbale in due copie. Una era destinata al Ministro delle Finanze, l'altra alla Ferma Generale. Anche nel Granducato il gioco del lotto seguì le sorti politiche del Paese. Dal 1796 al 1814 si succedettero la Repubblica Cispadana, la Repubblica Cisalpina e il Regno d'Italia. Sotto Francesco IV, con la restaurazione degli Estensi a Modena sotto l'impero austriaco, il gioco fu nuovamente regolamentato con la notificazione del 10 dicembre 1814. Le estrazioni avvenivano, ogni dieci giorni, alternativamente a Reggio Emilia e a Modena. In un secondo tempo si svolsero anche a Massa. Il lotto di Modena restò autonomo sia durante la dittatura del Farini (1859) che in seguito all'annessione del Granducato agli Stati Sardi, dopo il 1860. Dal 1863 il gioco del lotto venne infine inglobato nel gioco del lotto nazionale.  

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